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Sky senza pagare, cosa si rischia? Multa e carcere per (tutti) i furbetti

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fonte: corriere.it

Vedere Sky illegalmente è reato penale

Tramite decreto legislativo, nel 2003 l’uso di codici per vedere i programmi della pay tv senza abbonamento è diventato nuovamente reato. Vale per chi li acquista dai siti, ma anche per chi se li scambia in famiglia o tra amici? Il parere degli esperti

di Cecilia Mussi, Michela Rovelli

Il caso e la sentenza

La Corte di cassazione il 10 ottobre 2017 ha condannato a quattro mesi di reclusione un uomo di 52 anni residente a Palermo, accusato di aver utilizzato codici acquistati da terzi per accedere alla piattaforma Sky. Il suo ricorso è stato giudicato «inammissibile» e la condanna del 2016 è diventata definitiva. L’uomo è stato anche condannato a versare duemila euro alla Cassa delle ammende. Nella sentenza la Corte spiega che il reato di «card sharing» — l’utilizzo di codici necessari per vedere i programmi criptati senza aver sottoscritto un contratto — era stato depenalizzato nel 2000 ma ha poi ripreso rilevanza penale nel 2003, in seguito a un decreto legislativo. L’illecito consiste nella violazione della legge sul diritto d’autore (art. 171 octies l.633/1941) che nel caso affrontato dal verdetto è «pacificamente consistita nella decodificazione ad uso privato diprogrammi televisivi ad accesso condizionato e, dunque, protetto, eludendo le misure tecnologiche destinate ad impedire l’accesso poste in essere da parte dell’emittente, senza che assumano rilievo le concrete modalità con cui l’elusione venga attuata, evidenziandone la finalità fraudolenta nel mancato pagamento del canone applicato agli utenti per l’accesso ai suddetti programmi».
Ed è proprio questo ultimo passaggio il più interessante e controverso. Non solo viene colpito dalla legge l’utente finale e non più solo chi esercita attività di distribuzione di codici d’accesso per fini di lucro. Ma l’illecito penale, ha spiegato la Cassazione, scatta quando un soggetto guarda la tv satellitare o comunque criptata senza pagare il canone, al di là del metodo adottato per eludere la protezione del segnale. Cosa significa?

Il parere degli avvocati

Nel decreto legislativo del 9 aprile 2003, numero 68 — e in quello successivo del 2006, numero 140 — sono descritte tre tipologie di fattispecie. La prima prevede una sanzione amministrativa destinata a coloro che, per uso personale, scaricano materiale coperto da diritto d’autore illegalmente. E non è mai stata applicata. La seconda riguarda coloro che, a scopo di lucro, mettono a disposizione su piattaforme online o siti pirata, materiale coperto da diritto d’auto e, in questo caso, si tratta di una fattispecie che prevede una sanzione penale. La terza, per cui è previsto anche il carcere, parla del caso di siti di streaming illegali. Esiste poi una quarta fattispecie, quella descritta nell’articolo 171 octies appunto, che prevede una sanzione penale anche per la «decodificazione ad uso privato di programmi televisivi ad accesso condizionato». Una sanzione penale, quindi, che riguarda l’utilizzo personale di contenuti coperti da diritto d’autore ma che si sono ottenuti con metodi «fraudolenti». Ed è questa la norma che è stata applicata — per la prima volta — nel caso del 52enne palermitano. «La pirateria sta cambiando. Ci si sta concentrando su strumenti più tecnologici per riuscire ad offrire la stessa qualità dei grandi player televisivi — spiega l’avvocato Fulvio Sarzana — Si inizia quindi a colpire anche chi utilizza (e non fornisce) card pirata o decoder illegali che catturano i segnali dei canali tv. E per colpire l’utente finale, l’unico modo è trovare una norma che esiste già». Potenzialmente, ragiona Sarzana, lo spettro descritto dalla sentenza è talmente ampio che anche coloro che condividono gli abbonamenti, di SkyGo o Netflix, con amici e parenti potrebbero venire coinvolti. «Non ci sarebbe fine di lucro, ma è presente un comportamento fraudolento, in quanto non si rispettano le prescrizioni dei contratti che prevedono un uso esclusivamente personale. Non è prevista una cessione di cortesia di una delle proprie utente», specifica. E poi aggiunge che «difficilmente qualcuno si ritroverà in tribunale per questo. L’operatore dovrebbe verificare da dove sono stati eseguiti i singoli accessi. Ma la norma esiste». Più cauta è la posizione dell’avvocato Riccardo Nastasi, che si concentra soprattutto sulla sentenza. «Si parla di “inammissibilità” del ricorso dell’imputato. C’è da capire quindi se con questa sentenza la Cassazione detta un orientamento oppure si sta esprimendo solo sul ricorso. E quindi lascia alla corte di merito, ovvero la corte d’Appello, la decisione sul caso specifico». In quest’ultimo caso, chi condivide le utente dei propri abbonamenti con amici e parenti può stare tranquillo. «Ma nel primo il rischio di sanzione penale c’è. Poi comunque spetterebbe ai singoli fornitori di contenuti decidere se perseguire gli utenti anche per gli atti a titolo di cortesia oppure no».

I siti che lo fanno

Tornando alla pratica del «card sharing», questa non è nuova. Spulciando un po’ sul web si trovano siti (italiani e stranieri) che già da qualche anno la sponsorizzano, spiegando nei minimi dettagli come utilizzare delle chiavette usb per vedere (gratuitamente) le piattaforme a pagamento. Oppure ci sono siti dove, in pochi click, si possono acquistare abbonamenti alle pay tv a pochi euro. Queste pratiche, per la legge italiana, sono ritenute illegali. Nel novembre 2015 la Guardia di Finanza di Trento aveva scoperto un’associazione a delinquere dedita al «card sharing». Al temine dell’operazione erano stati emettessi 92 provvedimenti di perquisizione e sequestro in Trentino Alto Adige, Lazio, Abruzzo, Veneto e Calabria. Il gruppo aveva circa un centinaio di clienti in tutta Italia. Nel dicembre 2011, a Gallipoli, la Gdf aveva invece raggiunto un hacker di 35 anni che aveva 300 clienti attivi grazie al suo «lavoro».

…e le tante famiglie che si scambiano le utenze

Se acquistare codici da terze parti è ritenuto illegale, la sentenza della Cassazione ha (potenzialmente) messo sullo stesso piano anche chi, solo scambiandosi le credenziali, accede alle Pay tv senza pagare. E quante volte è successo, tra parenti o amici, di prendere i codici di altri per vedere la partita della squadra del cuore, o per non perdersi l’ultima puntata della nostra serie preferita? Il padre ha un abbonamento Sky per vedere il campionato e House of Cards, e lo scambia con il figlio «in cambio» dell’accesso di quest’ultimo a Mediaset Premium, dove vedere la Champions League e la nuova stagione di Will & Grace. Per la legge potrebbe trattarsi di un reato. Se Sky e Mediaset Premium hanno dichiarato guerra ai furbetti della carta, Netflix, per esempio, non ritiene illegale scambiarsi i codici di accesso.

Cosa dicono le altre pay tv?

Oltre alle più famose Sky e Mediaset Premium, nel panorama televisivo italiano ci sono anche altre realtà a pagamento, come Tim Vision o Amazon Tv. Queste smart tv hanno raggiunto solo nel 2017 il 26,8% degli italiani (nel 2016 erano il 24,2%, dati Censis). Sempre secondo queste statistiche, quasi la metà degli italiani oggi vede la tv satellitare (il 43,5%). Al momento, però, Tim e Amazon non hanno ancora preso posizione contro chi cerca di raggirare l’abbonamento

Ma quanto si “risparmia”?

Facciamo un po’ di conti: un abbonamento a Sky, in media, va dai 20 ai 30 euro al mese. Per Mediaset Premium si sta sui 10-20 euro mensili. Amazon Tv costa 20 euro all’anno. Tim Vision 5 euro al mese. Con le carte «taroccate» si parla di pochi euro al mese. Per chi si scambia direttamente i codici, è addirittura gratis. Ma vale la pena «risparmiare» in modo fraudolento, rischiando il carcere?